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Vero e Falso

Viviamo una realtà complessa, intricata, fatta di migliaia di persone, dei loro pensieri, delle loro azioni. Un enorme computer composto da piccole, piccolissime particelle dette uomini, e riprendendo un po’ l’idea de “Guida galattica per autostoppisti”. Viviamo però una società malata, rovinata dal potere, governata da pochi uomini con i loro interessi materiali, che segue la rotta di guerre, povertà, carestie. Si seguono ideali che sembrano veri, si accetta il capitalismo, si adotta tecnologia sempre nuova. Ma c’è anche chi vive la propria vita con semplicità, senza troppi pensieri.

Vien da chiedere: cosa è vero? Cosa è invece falso? I sentimenti umani, sono veri? Gli affetti, le amicizie, gli amori. Cosa è vero in questa nostra società? Al di là di ciò che viene detto dai media, al di là di ciò che leggiamo sui giornali, cosa è vero nella nostra quotidianità? Amiamo sul serio i nostri compagni? Desideriamo sul serio ciò che ci sembra impagabile? Ognuno, ahimè, deve rispondere da solo a questa domanda. Il problema è che se anche viviamo sereni con noi stessi, portando una maschera di trasparenza, ed andando avanti con semplicità, sorridendo con il cuore, e non per interesse, potremo dirci soddisfatti? Vivere una vita giusta pensando solo al proprio piccolo orto, ci rende davvero migliori? O forse dovremmo cercare di curare la nostra realtà, cercando di portarla ad altezze più accettabili? E qualora questa fosse la via, abbiamo davvero la forza, la capacità di portare un cambiamento significativo? O ci ridurremmo solamente a vivere una vita miserabile, tentando come formiche di spostare un masso?

Difficile dirlo, proprio per via della complessità di questa realtà che ci circonda. Ma dopotutto non siamo stati avvertiti, quando siamo venuti al mondo, di ciò che avremmo trovato. E non c’è neppure stato detto cosa avremmo dovuto fare. Non ci resta che giocare la partita, e vedere come andrà a finire.

Mi ritrovo a scrivere qualche riga senza un motivo preciso, più per il fatto che è da un po’ di tempo che non scrivo delle righe mie, e non vorrei perdere il cliché di malato paranoico che ormai mi sono costruito attorno (ma solo tra queste pagine, spero). Non posso certo definirmi un sociologo, uno psicologo o un letterato, mi piace più credermi scienziato, con la mia mente matematica e contorta, tutto calcolato. Il peso da dare alle mie parole è di conseguenza pari a quelle da dare ad un bambino di dodici anni che spiega fisica nucleare alla cuginetta. Ecco, vediamola così.

Mi è capitato, e sono un uomo fortunato per questo, di discutere di un po’ qualunque cosa con amici, specialmente di relazioni personali, di come approcciarsi con gli altri, di come vivere la vita per renderla un po’ più leggera. Sono dell’idea che la nostra visione d’insieme, di come dovrebbe essere una “vita comune”, ossia quella della famiglia felice, una bella casetta, un buon lavoro, e tutto ciò che possa portare ad una serena, eventuale ma certa separazione, sia fin troppo dettata dalla società moderna, ed in generale dalla civiltà in cui viviamo. Chi ha detto che bisogna per forza sposarsi ed avere figli per essere felici? Ma al di là di questa, forse futile domanda, credo che tutto questo pensiero generale porti poi a renderci un po’ paranoici e fissati per quanto riguarda la nostra vita nel tentativo di raggiungere tali traguardi; per cui ci ritroviamo a percorrere una strada volta alla “conquista dell’altra metà”, alla ricerca spasmodica di qualcuno che possa alleviare un poco la solitudine in cui viviamo, senza magari renderci conto che tale solitudine è proprio dettata da questo desiderio insulso di avere qualcuno da amare. Ci sono altre cose che possono riempire la nostra vita, un hobby, un’attività che porti soddisfazioni, anche un lavoro se si parla di quello giusto.

Ora, non voglio essere frainteso. Non sto dicendo che dovremmo tutti smetterla di cercare qualcuno da amare e che dovremmo piuttosto iniziare tutti a giocare a golf, o imparare ad andare a cavallo. Voglio solo dire che dovremmo smetterla di essere ossessionati dalla cosa. Quello è l’importante. Perché poi la vita va come deve andare, le persone vanno e vengono e qualcuno di cui prendersi cura lo si trova, anche senza dannarsi l’anima nel farlo (rendendoci poi miseri in questo). Che poi, come mi è stato detto, si rischia di perdere l’occasione di imboccare altre strade o, come aggiungo io, di rendersi patetici di fronte ad altre persone. Per cui, perché davvero continuare una ricerca fin troppo esagerata di qualcosa, con il rischio poi di accettare “la prima occasione” che passa, e perdersi per di più tante altre occasioni per essere felici?

Tutto comunque sta nell’essere coscienti di ciò che si vuole, e di prendere al balzo l’occasione quando ci viene data. Non si può desiderare una cosa e poi non lottare per averla, questo significa non desiderarla affatto. Ed anche avere paura di essere giudicati, di eventuali risultati negativi, è fatto limitante dovuto più a paranoie che altro. Se non proviamo a prendere ciò che desideriamo, non siamo degni di averlo. E se non potremo raggiungere il nostro obiettivo, sarà compito nostro accettare la cosa e passare oltre, semplicemente non eravamo destinati ad averlo. E passatemi la citazione poco colta, ma “Ieri è storia, domani è un mistero ma oggi…. l’oggi è un dono.” Cerchiamo quindi di viverlo con serenità, senza troppe paranoie, senza troppi pensieri, ma comunque sempre all’erta pronti a cogliere ciò che ci viene proposto.

Something’s going to happen

You Want To Smile Those Tears Away
Now Don’t You Cry
You Want To Know What I Say
I Say Never Say Die

‘Cos Something’s Going To Happen
To Make Your Whole Life Better
Your Whole Life Better One Day

..

Amico mio, tu e io rimarremo estranei alla vita, e l’uno all’altro, e ognuno a se stesso, fino al giorno in cui tu parlerai ed io ti ascolterò, ritenendo che la tua voce sia la mia voce: e quando starò ritto dinanzi a te pensando di star ritto dinanzi ad uno specchio.
Khalil Gibran

Mi piacerebbe…

Di vita ce n’è una sola, e sarebbe proprio un peccato sprecarla. Si dice che “si dorme da morti,” ed in fondo è anche giusto così, perché il tempo a nostra disposizione è decisamente poco (con questa convinzione poi che l’umanità sta al centro di tutto, mentre siamo solo un battito d’ali.)

Unico rimpianto è non poter fare tutto ciò che vorrei fare. Per via del tempo richiesto, per via della forza necessaria. E uno deve scegliere, fare una lista di priorità ed andare in ordine, magari saltare da un punto ad un altro, ma sempre con qualcosa da fare, qualcosa che appaghi, qualcosa che riempia e renda soddisfazioni.

Mi piacerebbe poter fare qualcosa per la mia piccola comunità, con i suoi problemi, grandi e piccoli che siano.
Mi piacerebbe laurearmi, e finalmente permettermi del tempo solo per me (che comunque non sarebbe tale.)
Mi piacerebbe studiare seriamente la tromba, magari al conservatorio.
Mi piacerebbe farti capire quanto davvero conti per me.
Mi piacerebbe riuscire in quell’impresa tanto assennata quanto meritevole giusto oggi sognata con C.
Mi piacerebbe far aprire gli occhi a tanta gente tristemente ignorante (od appagata da cose estremamente frivole.)
Mi piacerebbe fare questo, e anche quello.
Mi piacerebbe camminare sotto la pioggia ad Amsterdam.
Mi piacerebbe parlare, conoscere, capire ed ancora parlare.
Mi piacerebbe essere un po’ migliore, e magari dimostrartelo in qualche modo.
Mi piacerebbe farti capire quanto la tua vita sia importante, e quanto importante sia che tu la viva al meglio delle tue capacità, consapevole dei tuoi limiti, e mi piacerebbe vederti felice in ciò che fai, e magari sapere che porti appresso una parte di me.

Un sacco di pensieri, un sacco di cose, e soltanto una vita per realizzarle.

One of the things Ford Prefect had always found hardest to understand about humans was their habit of continually stating and repeating the very very obvious, as in It’s a nice day, or You’re very tall, or Oh dear you seem to have fallen down a thirty-foot well, are you alright? At first Ford had formed a theory to account for this strange behaviour. If human beings don’t keep exercising their lips, he thought, their mouths probably seize up. After a few months’ consideration and observation he abandoned this theory in favour of a new one. If they don’t keep on exercising their lips, he thought, their brains start working. After a while he abandoned this one as well as being obstructively cynical.

301 guerre fa

Il vecchio sedette su una pietra piatta, posta con le altre in cerchio, attorno al fuoco. Si coprì le spalle con la pelliccia che lo copriva per proteggersi dal freddo, e si sfregò le mani avvicinandole alla calda fiamma che scaturiva da pochi ceppi accesi. I piedi nudi affossavano nel terreno sabbioso, mentre la luna brillava in alto leggera, ricoperta da alcune nuvole autunnali.

Un bambino poco distante lo vide, e subito corse da lui, con uno slancio che lo fece quasi inciampare nelle funi che sorreggevano la vicina capanna:

“Nonno, nonno, sei tornato!”
“Sì caro, abbiamo fatto proprio un bel lavoro giù nei campi, oggi.”
“Avremo da mangiare per quest’inverno, nonno?”
“Certo figliolo, ce l’abbiamo fatta sempre negli ultimi anni, non smetteremo di certo ora.”

Il vecchio accennò un piccolo sorriso, che però non gli riuscì molto naturale.

“Nonno, mi finisci la storia che hai iniziato ieri sera? Me l’hai promesso!”
“Non dovresti già essere a letto, a quest’ora? Lo sai che domani devi ancora dare una mano a tuo fratello maggiore”
“Ma io non ho sonno, nonno.. E poi voglio sapere come finisce la storia!”
“Lascia stare quel vecchio, lo sai che sono tutte frottole le sue!” disse un ragazzo uscito dall’ombra.
“Non sono frottole, bamboccio”, rispose scocciato il vecchio.
“Ah sì? Insisti ancora nel dire che un tempo potevamo volare nel cielo con delle barche di ferro? Ma non farmi ridere!”
“Sono storie di trecento guerre fa, queste! Tu non c’eri e non puoi…”
“E non c’eri neppure tu, sono tutte storie per bambini. E ora smettila e vai a dormire anche tu, che domani dobbiamo lavorare.”

Il ragazzo si allontanò nell’ombra della notte, verso delle voci che venivano da più lontano. Il vecchio, ora in piedi e rosso in volto, cercò di calmarsi un attimo, poi andò a prendere dei rami secchi che erano accatastati poco lontano. Uno si ruppe in briciole al contatto. Il bambino, in silenzio, sedeva su una delle pietre attorno al fuoco, e guardava il vecchio con uno sguardo insicuro. Il vecchio appoggiò teneramente il poco legno raccolto tra le braccia delle fiamme, e si sedette sospirando. Rimase poi in silenzio, a fissare il fuoco ed a pensare a chissà quali cose fantastiche.

“Nonno, ma è vero che un tempo potevi tenere il sole nelle mani?”
Il vecchio rimase in silenzio, lo sguardo fisso.
“E che potevi illuminare l’intera tribù senza dover usare la legna? E che non dovevi fare la guardia perché il fuoco non si spegnesse?”
Il vecchio sorrise leggermente. Questa volta era un sorriso sincero.
“Chi ti ha detto queste cose?”
“La mamma. Prima di morire mi raccontava un sacco di quello che le hai raccontato.”

Un uomo si avvicinò ai due, e si sedette attorno al fuoco, per ripararsi dal freddo della sera. I due uomini si guardarono, con uno sguardo a metà tra l’amicizia e il rispetto.

“Vecchio, parli così bene che potremmo anche finire per crederti”, disse l’uomo, ridendo a malincuore.
“Se non altro per rispetto, alla mia età!” aggiunse l’altro con un tenero sorriso.

Seguì un momento di silenzio.

“Ma dimmi, se era come dici tu, come mai ora siamo ridotti in queste condizioni? Ci spostiamo a valle nella stagione fredda, viviamo di caccia e raccolto, sopravviviamo a stento. Se un tempo potevamo addirittura volare, come mai ora il massimo che abbiamo sono i miei attrezzi da lavoro?”
“Ah, volare” disse il vecchio. “Non è di certo l’unica cosa che potevamo fare! Sai, le parole volavano al di là delle montagne in un lampo, velocissime, e percorrevano distanze incredibili! E senza fumo o colpi di tam tam come facciamo ora, no! Si poteva comunicare con persone all’altro capo del mondo! Non eravamo soli in questa immensità”.

Il vecchio raccontava con nuova energia, nata da ricordi lontani, o dall’eccitazione di essere stato finalmente interrogato. Iniziò a descrivere cose fantastiche, e le sue parole viaggiavano veloci nella mente dei due spettatori, che si immaginavano le cose più meravigliose che non avrebbero mai potuto immaginare. Le descrizioni così ricche di dettagli, raccontate con la saggezza di una persona che sembrava le avesse quasi viste con i propri occhi, fluttuavano nell’aria trasformando la dura realtà che li circondava.

L’uomo, con un’espressione quasi da bambino, fantasticava in queste grandi parole.
“Vecchio, raccontaci poi che è successo. Del tuono che ha bruciato la tua gente.”
“Nonno, ma è vero che potevi bere acqua senza paura di essere soffocato da quella polvere?”
“Oh sì, avevamo acqua limpida e pura, direttamente in casa! Ed era freschissima, ed era…”

Una voce lo interruppe bruscamente. Il ragazzo era tornato, e si rivolgeva ora all’uomo:
“Il capo villaggio ha dato ordine di prepararsi, padre.”
“Prepararsi? Per cosa?”
“Dobbiamo fare la punta ai bastoni, dobbiamo essere pronti.”

L’uomo fissò il ragazzo per qualche istante, poi si alzò. Lanciò uno sguardo verso il vecchio, e gli fece un cenno con il capo. Poi si allontanò, seguito dal giovane. Il vecchio rimase in silenzio per numerosi minuti, mentre le voci poco più lontano si facevano più forti e confuse. Il bambino, in silenzio, si ritirò in una delle capanne, lasciando l’anziano da solo, attorno al fuoco che andava via via scomparendo.

“Spero di essere tra chi racconterà storie di 301 guerre fa,” pensò.


Libera interpretazione di “301 guerre fa” – Pierangelo Bertoli

Georgia Tech

Andare al bar a prendere un espresso, e poi sedersi sulle panchine all’ombra, al riparo dal sole e con una leggera brezza, chiacchierando e ridendo allegramente, ti fa quasi credere di essere in un’università normale, anche se solo per dieci minuti…

The last trip [parte 2]

Las Vegas è una città strana. Uno pensa che non sia una città prettamente turistica, tutt’altro, tolti i casinò non resta poi molto. E poi che sia costosa, molto. Beh, una di queste due descrizioni di Vegas è falsa. Quale? No, fare i turisti in Vegas ha meno valore di una visita al sistema d’irrigazione delle viti del vicino di casa; quindi sì, la città è incredibilmente a buon mercato. È capitato che stessimo a dormire, per due notti, in un ostello. Definiamolo tale, anche se assomigliava più ad un hotel vero e proprio, con letti enormi, bagno stupendo, e pulizia in camera ogni giorno, con cambio di lenzuola e asciugamani (non proprio una cosa da ostello), alla cifra di circa 20 dollari a notte, un prezzo ridicolo. Se poi si pensa che l’ostello fa parte di un casinò a tutti gli effetti, che sta praticamente al piano di sotto, dove si può mangiare a buffet a prezzi stracciati, ed il servizio al bar è ridicolmente economico, si fa quadro completo. Abbiamo speso la prima notte dormendo (in realtà, di ritorno dal Grand Canyon, abbiamo appena avuto il tempo di cenare a mezzanotte, per poi crollare sul letto), mentre abbiamo sfruttato l’intero giorno successivo visitando la via principale di Vegas, che per fantasia degli Americani si chiama Las Vegas Boulevard, passando da un casinò all’altro, rimanendo sempre, dove più dove meno, a bocca aperta. I casinò in sé sono dopo un po’ tutti uguali, slot machine e tavoli da gioco ovunque, luci soffuse, nessuna indicazione di che tempo sia fuori, di che ora sia, e gente che passa le proprie ore a scialacquare la tredicesima. La cosa che più affascina è il resto. Ogni casinò ha la sua specialità nell’attirare clienti, e di fatto non è male curiosarle un po’ tutte. C’è chi ogni ora ha degli spettacoli da circo, chi ricostruisce monumenti tipici di una particolare città (ritroviamo Venezia, Roma, Parigi, New York, e via dicendo), chi ha squali, chi ha leoni, chi ha foreste amazzoniche ricostruite all’interno degli edifici. Sì, tutto all’interno, il clima di certo non è favorevolissimo, un po’ (tanto) ventoso, potete immaginare. Fatto sta che abbiamo assistito ai classici spettacoli d’acqua di fronte al Bellagio, ed in generale girovagato ed ammirato le follie di questa città nel deserto, con un infinità di gente benestante che se la spassa a fare il ruolo del riccone, per quanto questo possa valere. Una città che insomma vale la pena visitare, ma tanto per vedere i livelli di follia che si possono raggiungere, respirare un poco di stravaganza, e capire che in fondo non è poi così affascinante, come vita.

Il mattino del venerdì, dopo l’ultima colazione al casinò, ci siamo avviati verso l’ultima meta del nostro viaggio, la Death Valley. Il nome dice tutto e niente del posto. Si tratta di un grande deserto, al confine tra la California ed il Nevada, dove la praticamente totale assenza d’acqua non permette la sopravvivenza di flora o fauna, se non qualche arbusto resistente e masochista. Il posto ha permesso agli Americani di sbizzarrirsi con i nomi (incredibile, per un popolo che da i nomi alle città copiandoli da posti già esistenti); abbiamo quindi ammirato il panorama da Dante’s View, abbiamo saltato ed ammirato il tramonto sul lago salato di BadWater (circa 200 metri sotto il livello del mare), e abbiamo ammirato i colori delle montagne all’Artist Palette (dove a momenti ci si perdeva per gli anfratti delle montagne, con il buio che scende ed i coyote che girano allegramente – pare che qualcuno riesca pure a sopravvivere alla valle della morte, infine). Il posto è decisamente affascinante, e vale davvero la pena di essere visto. La quiete che si riesce a respirare è immensa, ed i colori che si vedono sono magici. Il paesaggio cambia drasticamente da un punto all’altro, ed il posto è così solitario da far pensare che sia destinato a rimanere così in eterno. Avendo tempo è possibile anche visitare le miniere d’oro disseminate un po’ in giro per il grande deserto. Questo mi permette di dire una cosa interessante riguardante sia il Death Valley National Park, che il Grand Canyon National Park, e che probabilmente è una caratteristica dei parchi nazionali americani: la sicurezza è lasciata a discapito del turista. Non c’è nessuno che ti blocca se provi a fare qualcosa di stupido, nessuna eccessiva precauzione come altissime reti protettive, muri invalicabili o via dicendo; solo qualche cartello, che ti ricorda a cosa vai in contro se fai questo o quello. Mi piace pensare che la cosa sia fatta per lasciare il più intatto possibile il territorio, senza enormi ed impattanti costruzioni dal gusto discutibile; potrebbe essere anche che gli Americani sono estremamente diligenti e sanno cosa si può o non si può fare, fatto sta che tutto ciò permette di poter apprezzare molto di più la natura in sé. Non si ha l’impressione di essere in un luogo “costruito” per il turista. È più che altro un posto in cui sei libero di girare, esplorare, divertirti e rimanere affascinato da ciò che ti circonda, e questo davvero non ha prezzo.

Purtroppo come ogni cosa, anche il nostro viaggio volgeva al termine. Ci siamo quindi avviati nuovamente verso Los Angeles, la notte tra venerdì e sabato, e ci siamo fermati in un parcheggio pubblico per dormire quando eravamo ormai quasi arrivati (giusto da accennare il poliziotto, a momenti più spaventato di noi, che ci chiedeva cosa ci facevamo in quel posto, dove stavamo andando e se avevamo armi. Le solite domande di rito, insomma). Il sabato, prima che Edu e Ziggy ci lasciassero per prendere il volo nel primo pomeriggio, abbiamo girato un poco per Beverly Hills, mentre dopo la loro partenza siamo andati a respirare un po’ di aria d’oceano, nonostante il tempo, e abbiamo visitato Santa Monica e Malibu Beach. Le coste californiane, con il loro clima un po’ pazzo, ed i surfisti sempre all’opera, sono stati l’ultimo nostro ricordo di questo viaggio entusiasmante. Siamo tutti tornati al nostro posto, chi ad Atlanta, chi a Berkeley, dopo un’avventura degna di nota, organizzata allo sbaraglio ma andata incredibilmente bene, che ci ha riempito il cuore di immagini ed emozioni, con momenti che difficilmente dimenticheremo, ed una promessa di rivederci ancora, prima o poi, magari in Europa, per ridere, scherzare, fare stupidaggini, girovagare, perdersi assieme.

The last trip

Okay, forse il titolo è un po’ tragico =) ma dopotutto si tratta veramente dell’ultimo viaggetto negli US, prima del ritorno. E devo dire, è stato indimenticabile =) ne sono successe di tutti i colori, che non so se riuscirò a scrivere tutto…

Tutto è cominciato qualche tempo fa, quando Evelyne ancora doveva partire alla volta di Berkeley. Si era deciso, un po’ alla leggera, con Ameer, di trovarsi durante lo Spring Break per rivedersi di nuovo, e visitare assieme San Francisco. Poi chiaramente le cose cambiano, ed essendo lei in città ormai da mesi, sarebbe stato brutto chiederle di rimanere lì, nel posto in cui vive, per un’intera settimana. Meglio sfruttare il tempo visitando qualche altro posto, no? E beh, Los Angeles è decisamente vicina, meno di un’ora di volo. Quindi è deciso, San Francisco e poi Los Angeles. Ma chiaramente nulla è mai definitivo, e le voci dicono che Los Angeles è bella, sì, ma talmente vasta, dispersa, che ci vuole per forza una macchina per girarla. Beh, presto detto si decide di noleggiarne una. E poi altre voci, che dicono che in fondo non c’è poi molto da vedere a LA, due tre giorni e la si vede tutta (cosa vera, per altro). Quindi? Che fanno tre fanciulli, con un auto a noleggio a LA e tanto tempo da spendere? Si decide quindi di visitare il Grand Canyon, che non è proprio a portata di tiro, ma poco importa, si è giovani e nullafacenti, che vuoi che sia otto ore su una strada infinitamente retta nel bel mezzo del deserto? E beh, una volta arrivati al Grand Canyon, fare tappa a Las Vegas è un gioco da ragazzi, è lì… E se poi dobbiamo tornare a casa (dobbiamo?) ci si potrebbe fermare anche alla Death Valley, che di per sé non allunga più di tanto il percorso… Così, deciso. Il giorno di San Valentino si prenota tutto, in Skype, e si è pronti per partire. Ma non è chiaramente tutto. Perché Eduardo e Sigurd si sono ritrovati ad un tratto senza nulla da fare per lo Spring Break, e vuoi buttar via una settimana di relax? Tre giorni prima di partire quindi ci siamo trovati e abbiamo cercato di organizzare il tutto. Voli differenti, ostelli differenti, orari differenti, ma alla fine tutto combaciava. Si parte.

Venerdì pomeriggio, il 18, mi sono trovato con Ameer, e ci siamo diretti verso l’aeroporto di Atlanta. Sorvoliamo la telefonata di Delta Airlines che ci avvisa che il nostro volo è in ritardo di due ore, e il successivo ritorno a casa per pranzare con calma, dopotutto è andato tutto liscio e siamo atterrati a San Francisco tutti interi, con altre tre ore di differenza da gestire (perché si sa, gli Stati Uniti sono vasti). Ci siamo subito appostati nell’appartamento del fidanzato della compagna di stanza di Evelyne, che se ne tornava dai parenti per il weekend, e abbiamo speso i due giorni seguenti visitando Berkeley, il campus dell’università, e chiaramente San Francisco (per la cronaca: Edu e Ziggy ci hanno raggiunti venerdì sera, ormai sabato mattina, mentre Evelyne ha dovuto lavorare tutto il weekend per giustificare la sua assenza durante la settimana successiva.)

In San Francisco non abbiamo visitato qualcosa in particolare, abbiamo preferito respirare la città in sé. Tempo nuvoloso, vento e pioggia non ci hanno poi fermati nel girare per le via di China Town (molto più affollata di quella di New York), la costa a nord con tutti i suoi negozi, il quartiere gay ed in generale le colline su cui SF giace, facendola apparire fin troppo simile a Lisbona, almeno nell’atmosfera. SF, città degli hippies, delle manifestazioni contro le guerre, è una città viva, piena di gente, una città in salita (o in discesa?) a differenza delle grandi città americane, abituate ad avere tutto lo spazio che vogliono per espandersi. Non ci siamo chiaramente dimenticati del Golden Gate Bridge, ed abbiamo buttato un’occhiata da lontano ad Alcatraz. Sinceramente, con tutte quelle isole e quei ponti, era difficile capire chi era cosa, e di certo il cattivo tempo non aiutava, ma la vista da una delle torri che svetta da una collina nella zona nord della città ci ha regalato una vista affascinante.

Lunedì mattina trasferimento in aeroporto, questa volta con Evelyne al nostro fianco, con direzione Los Angeles. Volo breve (nottata invece più lunga, grazie alla sveglia che non ha suonato, con conseguente panico e telefonata per un taxi) ed atterraggio tranquillo. Siamo chiaramente stati accolti dal solito brutto tempo, ma non ci siamo lasciati scoraggiare e, dopo aver recuperato la macchina, ci siamo diretti verso Hollywood Boulevard, per una pausa di rito ad ammirare le stelle sui marciapiedi, e le impronte dei “grandi” davanti al teatro orientale, con pausa al classico negozio di souvenirs ed al ben più interessante (ma pur sempre limitato all’esterno) teatro Kodak, dove prende scena la consegna degli oscar. Dopo il classico girovagare, ed appurato che una visita agli studios va oltre il nostro budget (perché studenti devono avere sempre un budget così limitato?), ci siamo diretti all’osservatorio, per una magnifica vista della città. Una città, LA, davvero immensa, ma soprattutto incredibilmente verde. Non moltissimi grattacieli, quasi più Atlanta, ma molte più villette, casucce, tutte belle ordinate, con il loro giardino ed la loro strada pulita. Dopo aver ammirato il paesaggio abbiamo optato per un’escursione (uno va a LA per fare escursioni, chiaramente), con meta l’insegna di Hollywood, che pacificamente giace su una collina “poco” (tre ore di camminata) distante dall’osservatorio. La cosa ci ha permesso di apprezzare aria fresca, pioggia ed arcobaleno, e un sacco di foto buffe. Il giorno successivo, dopo una nottata in Venice Beach, visita in centro, tra il quartiere messicano (Messico ad un tiro di schioppo, più o meno), Little Tokio ed in generale downtown. Finalmente baciati dal primo sole dall’inizio del viaggio, abbiamo potuto vivere la città conosciuta principalmente per il cinema, ma che sa riservare svariati altri spunti interessanti. Abbiamo poi deciso di avviarci verso la macchina per partire alla volta del Grand Canyon.

Grand Canyon che abbiamo raggiunto verso le due del mattino, mercoledì mattina, dopo un viaggio affascinante (ho finalmente guidato, per la prima volta negli stati uniti!) per strade davvero infinite, con come unici esseri viventi delle cose tipo alci, o cervi, o non so che cosa, che ogni tanto decidevano di attraversare amabilmente la strada (chiaramente non illuminata), giusto giusto quando arrivava l’unica macchina nel giro di miglia e miglia. La cosa divertente è che al nostro arrivo, al momento di pagare all’unico casello con luce verde sul tetto (si tratta di un parco nazionale, dopotutto), ci siamo trovati di fronte la sbarra alzata e un cartello che recitava “ora siamo chiusi, andate pure e divertitevi”. Abbiamo quindi deciso di seguire il consiglio, aspettando l’alba in macchina, a pochi metri da uno dei punti di osservazione del Grand Canyon. Volontà Divina vuole che il giorno prima avesse nevicato, e faceva ancora decisamente freddino, per essere un dannato deserto. Comunque sia, abbiamo passato una giornata stupenda, passando da una vista all’altra, facendo foto acrobatiche, scambiando quattro chiacchiere con i turisti americani che affollavano le svariate miglia quadrate di parco nazionale, e provando pure a scendere a valle (peccato ci vogliano circa sei ore solo di discesa, e che sia vivamente consigliato dalle guide di fare il viaggio in due giorni; come recitava un cartello, scendere è facoltativo, risalire è obbligatorio). Dopo un’intera giornata in camminata, baciati dal freddo e dal sole, belli abbronzati e carichi di ossigeno, ci siamo quindi diretti alla volta di Las Vegas, per una nottata di meritato riposo.

[continua...]

Intervallo

Quante volte ci è capitato di trovarci di fronte o un muro
quante volte abbiam picchiato quante volte subito duro
quante cose nate per sbaglio quanti sbagli nati per caso
quante volte l’orizzonte non va oltre il nostro naso.

Quante volte ci sembra piana mentre sotto gioca d’azzardo
questa vita che ci birillo come bocce da biliardo
questa cosa che non sappiamo questo conto senza gli osti
questo gioco do giocare fino in fondo a tutti i costi.

Giusto due righe, giusto per scrivere qualcosa:

  • un complimentone ai miei colleghi della bussola, che nonostante la bocciatura in consiglio provinciale vanno avanti, e pare riscuotano un discreto spazio sui media;
  • mi rendo conto di essere un po’ ripetitivo nei temi degli interventi xD;
  • a breve torno;
  • ma ancora più a breve, un aggiornamento sul viaggio appena terminato, per chi fosse interessato;
  • se poi qualcuno lascia un commento son anche più contento xD (ma importa relativamente).

Ecco =)

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