Okay, forse il titolo è un po’ tragico =) ma dopotutto si tratta veramente dell’ultimo viaggetto negli US, prima del ritorno. E devo dire, è stato indimenticabile =) ne sono successe di tutti i colori, che non so se riuscirò a scrivere tutto…

Tutto è cominciato qualche tempo fa, quando Evelyne ancora doveva partire alla volta di Berkeley. Si era deciso, un po’ alla leggera, con Ameer, di trovarsi durante lo Spring Break per rivedersi di nuovo, e visitare assieme San Francisco. Poi chiaramente le cose cambiano, ed essendo lei in città ormai da mesi, sarebbe stato brutto chiederle di rimanere lì, nel posto in cui vive, per un’intera settimana. Meglio sfruttare il tempo visitando qualche altro posto, no? E beh, Los Angeles è decisamente vicina, meno di un’ora di volo. Quindi è deciso, San Francisco e poi Los Angeles. Ma chiaramente nulla è mai definitivo, e le voci dicono che Los Angeles è bella, sì, ma talmente vasta, dispersa, che ci vuole per forza una macchina per girarla. Beh, presto detto si decide di noleggiarne una. E poi altre voci, che dicono che in fondo non c’è poi molto da vedere a LA, due tre giorni e la si vede tutta (cosa vera, per altro). Quindi? Che fanno tre fanciulli, con un auto a noleggio a LA e tanto tempo da spendere? Si decide quindi di visitare il Grand Canyon, che non è proprio a portata di tiro, ma poco importa, si è giovani e nullafacenti, che vuoi che sia otto ore su una strada infinitamente retta nel bel mezzo del deserto? E beh, una volta arrivati al Grand Canyon, fare tappa a Las Vegas è un gioco da ragazzi, è lì… E se poi dobbiamo tornare a casa (dobbiamo?) ci si potrebbe fermare anche alla Death Valley, che di per sé non allunga più di tanto il percorso… Così, deciso. Il giorno di San Valentino si prenota tutto, in Skype, e si è pronti per partire. Ma non è chiaramente tutto. Perché Eduardo e Sigurd si sono ritrovati ad un tratto senza nulla da fare per lo Spring Break, e vuoi buttar via una settimana di relax? Tre giorni prima di partire quindi ci siamo trovati e abbiamo cercato di organizzare il tutto. Voli differenti, ostelli differenti, orari differenti, ma alla fine tutto combaciava. Si parte.
Venerdì pomeriggio, il 18, mi sono trovato con Ameer, e ci siamo diretti verso l’aeroporto di Atlanta. Sorvoliamo la telefonata di Delta Airlines che ci avvisa che il nostro volo è in ritardo di due ore, e il successivo ritorno a casa per pranzare con calma, dopotutto è andato tutto liscio e siamo atterrati a San Francisco tutti interi, con altre tre ore di differenza da gestire (perché si sa, gli Stati Uniti sono vasti). Ci siamo subito appostati nell’appartamento del fidanzato della compagna di stanza di Evelyne, che se ne tornava dai parenti per il weekend, e abbiamo speso i due giorni seguenti visitando Berkeley, il campus dell’università, e chiaramente San Francisco (per la cronaca: Edu e Ziggy ci hanno raggiunti venerdì sera, ormai sabato mattina, mentre Evelyne ha dovuto lavorare tutto il weekend per giustificare la sua assenza durante la settimana successiva.)
In San Francisco non abbiamo visitato qualcosa in particolare, abbiamo preferito respirare la città in sé. Tempo nuvoloso, vento e pioggia non ci hanno poi fermati nel girare per le via di China Town (molto più affollata di quella di New York), la costa a nord con tutti i suoi negozi, il quartiere gay ed in generale le colline su cui SF giace, facendola apparire fin troppo simile a Lisbona, almeno nell’atmosfera. SF, città degli hippies, delle manifestazioni contro le guerre, è una città viva, piena di gente, una città in salita (o in discesa?) a differenza delle grandi città americane, abituate ad avere tutto lo spazio che vogliono per espandersi. Non ci siamo chiaramente dimenticati del Golden Gate Bridge, ed abbiamo buttato un’occhiata da lontano ad Alcatraz. Sinceramente, con tutte quelle isole e quei ponti, era difficile capire chi era cosa, e di certo il cattivo tempo non aiutava, ma la vista da una delle torri che svetta da una collina nella zona nord della città ci ha regalato una vista affascinante.
Lunedì mattina trasferimento in aeroporto, questa volta con Evelyne al nostro fianco, con direzione Los Angeles. Volo breve (nottata invece più lunga, grazie alla sveglia che non ha suonato, con conseguente panico e telefonata per un taxi) ed atterraggio tranquillo. Siamo chiaramente stati accolti dal solito brutto tempo, ma non ci siamo lasciati scoraggiare e, dopo aver recuperato la macchina, ci siamo diretti verso Hollywood Boulevard, per una pausa di rito ad ammirare le stelle sui marciapiedi, e le impronte dei “grandi” davanti al teatro orientale, con pausa al classico negozio di souvenirs ed al ben più interessante (ma pur sempre limitato all’esterno) teatro Kodak, dove prende scena la consegna degli oscar. Dopo il classico girovagare, ed appurato che una visita agli studios va oltre il nostro budget (perché studenti devono avere sempre un budget così limitato?), ci siamo diretti all’osservatorio, per una magnifica vista della città. Una città, LA, davvero immensa, ma soprattutto incredibilmente verde. Non moltissimi grattacieli, quasi più Atlanta, ma molte più villette, casucce, tutte belle ordinate, con il loro giardino ed la loro strada pulita. Dopo aver ammirato il paesaggio abbiamo optato per un’escursione (uno va a LA per fare escursioni, chiaramente), con meta l’insegna di Hollywood, che pacificamente giace su una collina “poco” (tre ore di camminata) distante dall’osservatorio. La cosa ci ha permesso di apprezzare aria fresca, pioggia ed arcobaleno, e un sacco di foto buffe. Il giorno successivo, dopo una nottata in Venice Beach, visita in centro, tra il quartiere messicano (Messico ad un tiro di schioppo, più o meno), Little Tokio ed in generale downtown. Finalmente baciati dal primo sole dall’inizio del viaggio, abbiamo potuto vivere la città conosciuta principalmente per il cinema, ma che sa riservare svariati altri spunti interessanti. Abbiamo poi deciso di avviarci verso la macchina per partire alla volta del Grand Canyon.
Grand Canyon che abbiamo raggiunto verso le due del mattino, mercoledì mattina, dopo un viaggio affascinante (ho finalmente guidato, per la prima volta negli stati uniti!) per strade davvero infinite, con come unici esseri viventi delle cose tipo alci, o cervi, o non so che cosa, che ogni tanto decidevano di attraversare amabilmente la strada (chiaramente non illuminata), giusto giusto quando arrivava l’unica macchina nel giro di miglia e miglia. La cosa divertente è che al nostro arrivo, al momento di pagare all’unico casello con luce verde sul tetto (si tratta di un parco nazionale, dopotutto), ci siamo trovati di fronte la sbarra alzata e un cartello che recitava “ora siamo chiusi, andate pure e divertitevi”. Abbiamo quindi deciso di seguire il consiglio, aspettando l’alba in macchina, a pochi metri da uno dei punti di osservazione del Grand Canyon. Volontà Divina vuole che il giorno prima avesse nevicato, e faceva ancora decisamente freddino, per essere un dannato deserto. Comunque sia, abbiamo passato una giornata stupenda, passando da una vista all’altra, facendo foto acrobatiche, scambiando quattro chiacchiere con i turisti americani che affollavano le svariate miglia quadrate di parco nazionale, e provando pure a scendere a valle (peccato ci vogliano circa sei ore solo di discesa, e che sia vivamente consigliato dalle guide di fare il viaggio in due giorni; come recitava un cartello, scendere è facoltativo, risalire è obbligatorio). Dopo un’intera giornata in camminata, baciati dal freddo e dal sole, belli abbronzati e carichi di ossigeno, ci siamo quindi diretti alla volta di Las Vegas, per una nottata di meritato riposo.
[continua...]